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Nel cuore del Kazakhstan. Le ricerche archeologiche del CSRL e gli scavi nelle steppe degli Sciti

Nella stagione estiva del 2013 con Lorenzo Crescioli e Nicola Fiore dell’Università Ca’ Foscari abbiamo scelto di intervenire su due tumuli del sito Kaspan VI; i tumuli monumentali, disposti in catena, misurano un diametro da 20 a 40 metri e sono alti fino a sei. Dopo la rimozione del terreno troviamo un accumulo di pietre nella parte settentrionale, area del rito funebre legata al banchetto come dimostrano i segni di fuoco e i piccoli frammenti di ossa di animale. I lavori diventano sempre più complessi, perchè ci accorgiamo di trovare le traccia di un rito mai documentato prima. Scendendo verso il centro, il terreno diventa sempre più compatto, fino a diventare duro come una pietra. Questo accumulo prende la forma di una piccola cupola, con le pietre incastonate all’interno. La creazione volontaria di questa struttura è evidente dalla sostanza del terreno: le strisce chiare e fine nell’argilla tra le pietre mostrano che la fossa è stata riempita con una soluzione di argilla liquida, compattata con le pietre e lasciata indurire, creando così una struttura estremamente solida per proteggere il defunto. La forma a cupola fa pensare alle abitazioni dei nomadi, le yurte. Le dimore eterne di molte popolazioni assomigliano alle loro abitazioni quotidiane.

Le sorprese crescono a mano a mano che lo scavo continua: la fossa principale è circondata da strati circolari di diversa composizione delimitati da resti di pali di legno collocati verticalmente attorno alla fossa stessa. E’ una struttura mai documentata prima nelle strutture funebri dei Saka e  nel territorio dl Kazakhstan. I lavori diventano sempre più complessi. Dopo un livello di pietre compatte – legate con la soluzione argillosa durissima – ne appare un altro e poi un altro. Ora la presenza dei segni organici dei pali, collocati in maniera circolare, diventa più chiara: appaiono i resti delle fibre e l’ipotesi di una yurta sotterraneo diventa ancora più evidente. Le palificazioni danno vita ad una forma con quattro cerchi concentrici. Ognuno di questi venne riempito di terreno argilloso per creare le pareti solide.

Nel frattempo appare una fossa secondaria con accumuli di pietra nei lati est e ovest e ancora le tracce dell’argilla liquida. La fossa risulta completamente vuota. Questa struttura fa pensare all’architettura di tombe votive, destinate ad un defunto membro del clan il cui corpo però non sarebbe mai stato trovato, forse portato via dai nemici, morto durante la caccia, o affogato. La presenza di un piccolo osso di animale permette di presume solo l’eventuale cerimonia di commemorazione con un banchetto.

Anche nella fossa centrale si trova uno strato compatto di pietre, una specie di tappo per impedire al defunto di tronare dall’Aldilà. Sul bordo della sepoltura appare lo scheletro di un cane, solito compagno di pastori lungo le steppe sconfinate; ma potrebbe essere anche lo scheletro di una volpe. Troviamo ora le pareti di legno che sostengono la struttura monumentale e che hanno bloccato l’argilla liquida. Le tracce delle pareti sono fili sottili di fibra organica, a testimonianza che si è voluto creare una vera e propria struttura circolare che, come la yurta dei nomadi, sorreggeva una volta a cupola; creando in questo caso una dimora eterna per il defunto. Oltre alle testimonianze etnografiche le immagini di queste abitazioni si trovano nelle iconografie del sito siberiano d’arte rupestre Bojarkaja, contemporaneo ai tempi dei Saka.

Qui siamo di fronte ad una stupefacente struttura, finora completamente sconosciuta.

Le speranze di trovare un corpo intatto diventano invece sempre più deboli. Sugli starti di sassi appaiono solo ossa umane scomposte, un femore, un frammento di costola. Il cranio si trova a pezzi e disposto in angoli diversi della tomba a testimoniare una distruzione volontaria. Frammenti di un coltello metallico, un coccio di ceramica e le piccole perline sono gli unici oggetti rimasti del corredo funebre.

La mancanza del passaggio laterale e della distruzione della cupola in questa sepoltura ci permette di dedurre che siamo di fronte ad uno straordinario rito funebre praticato dagli stessi Saka. Lo stesso Erodoto del resto descriveva la tradizione di quella popolazione di tronare nelle tombe degli antenati, dopo un periodo dalla loro morte. Un simile saccheggio avvenuto 2500 anni fa – fatto cioè dalla stessa tribù del defunto – era già stato notato nei nostri scavi di anni fa a Berel; e anche nelle zone confinanti della cultura Paziryk in Altai. In quel caso però il saccheggio rituale venne completato dalla chiusura della fossa centrale, facendo colare la soluzione liquida e compattandola con i sassi: sempre per impedire allo spirito del defunto di tornare tra i vivi. Contemporaneamente al nostro lavoro i nostri colleghi-collaboratori dell’istituto kazako Begazi Tasmola avevano completato gli scavi nella regione di Karaganda (Karagany, è la quarta città per popolazione, 459.778 abitanti kazakhstan centro orientale), portando alla luce la sepoltura di un nobile Saka con un corredo di oggetti d’oro e di ferro, tipici della produzione locale; e una fibbia con chiara influenza Achemenide.